D.E.C.I.BA : LE BANCHE DOVRANNO PAGARE IL DANNO ESISTENZIALE

Il danno esistenziale: nozione

Il danno esistenziale è definibile come il danno arrecato all’esistenza, cioè quel danno che si traduce in un peggioramento della qualità della vita, pur non essendo inquadrabile nel danno alla salute.

Lo si è definito anche come “il danno alle attività realizzatrici della persona umana”, “il perturbamento dell’agenda quotidiana”, “la rinuncia forzata ad occasioni felici”; è quindi la lesione alla possibilità di accedere a tutti gli intrattenimenti e a quelle attività tipiche che realizzano la persona umana, fatta eccezione per le attività illecite o immorali.

In generale si tratta di tutti quei danni che non possono essere considerati danni alla salute, perché non si traducono in una lesione psicofisica e tuttavia incidono su valori fondamentali dell’esistenza di un individuo.

D.E.C.I.BA esperta nel settore “illeciti bancari esprime assoluta fermezza nel portare davanti al Giudice fatti che hanno compresso la salute di famiglie e aziende. Da una parte abbiamo parte economica dall’altra un danno che solitamente non è facile da riconoscere, recente dal Tribunale di Padova, seconda sezione civile, nella sentenza 833/2016 (giudice Giorgio Bertola) che ha condannato l’istituto di credito a pagare all’impresa, in via equitativa, una somma pari al doppio della cifra da restituire al correntista per i tassi usurari applicati sul conto corrente. La stessa regola
dovrebbe essere portata avanti anche per Equitalia .

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fonte:http://www.repubblica.it/salute/medicina/2016/05/26/news/mortalita_per_cancro_e_crisi_economica_una_relazione_pericolosa-140584166/?ref=HREC1-5

Tra il 2008 e 2010 oltre 260mila decessi in più per cancro nei paesi Ocse e circa 160 mila nell’Unione europea. Ma è un fenomeno non limitato a quel biennio: al crescere della disoccupazione aumentano le vittime. A meno che la sanità non sia universale. La ricerca pubblicata su The LA CRISI economica che dal 2008 ha investito e travolto il mondo la si può misurare in termini di Pil, di domanda e occupazione, di beni e servizi persi. E anche per il numero di morti per cancro. Messa così la crisi è ‘costata’ oltre 260mila decessi in più per tumore nei paesi OCSE, e circa 160 mila nell’Unione europea tra il 2008 e 2010.

Lo dice uno studio, pubblicato su The Lancet, che, utilizzando i dati della Banca mondiale e dell’Organizzazione mondiale della sanità relativi a più di 70 paesi su un arco temporale di 21 anni, dal 1990 al 2010, ha analizzato l’impatto della disoccupazione e della riduzione della spesa pubblica destinata alla sanità sulla mortalità per le patologie oncologiche, e rilevato l’effetto protettivo delle coperture sanitarie universalistiche.

Lo studio. Gli autori dell’indagine – ovvero americani di Harvard, inglesi dell’Imperial College e del King’s College di Londra e di Oxford – hanno confrontato i tassi di mortalità per tumore attesi sulla base del trend precedente al 2008, con quelli effettivamente osservati dal 2008 al 2010. I tumori presi in considerazione sono stati colon-retto e polmone, prostata negli uomini e seno nelle donne, classificati come curabili se associati a tassi di sopravvivenza uguali o superiori al 50%, e come non trattabili se la sopravvivenza era inferiore al 10%.

I sistemi sanitari universalistici. Le conclusioni in sintesi? Per l’intero ventennio in analisi è stata registrata una relazione diretta tra variazioni nei tassi di disoccupazione e aumento di mortalità per tutti i tipi di tumore: polmone colon-retto seno e prostata: al crescere della prima cresceva la seconda. La relazione è stata più marcata per i tumori trattabili (un dato che, secondo gli autori, sottolinea l’importanza della possibilità di accesso alle cure) ma era rimossa – non si è registrata – lì dove la sanità veniva universalmente erogata. In termini numerici: a un incremento dell’1% di disoccupazione ha corrisposto un aumento di decessi per cancro pari a 0,37 ogni 100 mila persone.

Disoccupazione e cancro. “Abbiamo visto – ha commentato i risultati in una nota per la stampa Mahiben Maruthappu, primo autore dello studio – che l’aumento della disoccupazione è associato all’incremento della mortalità per cancro (…) ma che una copertura sanitaria universale protegge da questo effetto”.

Per ciò che riguarda la spesa pubblica destinata alla salute, a un decremento dell’uno per cento (misurato sul Pil) sono corrisposte 0,0053 morti in più per cancro ogni 100 mila persone. I dati raccolti e i risultati ottenuti, lavorati ed estrapolati per i paesi Ocse e per l’Unione europea, sono risultati in un eccesso rispettivamente di 263.221 e di 169.129 morti per tumore nel biennio 2008-2010.

Tagli alla sanità. “Il cancro è una delle principali cause di morte nel mondo. Quindi comprendere in che modo i cambiamenti economici influenzano la sopravvivenza è cruciale”, ha detto Maruthappu. In effetti nel 2012 si sono contate oltre 8 milioni di morti dovute a cancro e 14 milioni di nuovi casi, e si stima che nel 2030 si potrebbero contare 25 milioni di diagnosi. “Tagli alla sanità – ha aggiunto Maruthappu – possono costare la vita. Se i sistemi sanitari hanno limiti di finanziamento, questi devono essere accompagnati da miglioramenti nell’efficienza per garantire ai pazienti lo stesso livello di cura, a prescindere dal contesto economico e dall’occupazione”.

Lo studio è una indagine epidemiologica longitudinale e per sua natura rileva associazioni tra fenomeni osservati, attesi… non fornisce cioè prove in senso stretto che fenomeni quali la disoccupazione siano per esempio causa diretta di mortalità per cancro. Tuttavia c’è, ed è diretta, la relazione cronologica tra fenomeni: questo, secondo gli autori, è a supporto dell’esistenza di un nesso causale. Insomma la crisi, col cancro, c’entra.

Malattie croniche e disuguaglianze. “Le malattie croniche – spiega Stefano Vella, dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità, una istituzione nella quale è previsto a breve l’avvio di un centro nazionale per la salute globale – tra le quali rientrano anche i tumori, sono la nuova pandemia, dopo quelle infettive. E’ anche il nuovo campo dove pesano le disuguaglianze, sia tra i paesi in sviluppo che in quelli ad alto reddito, sia all’interno dei paesi, tra categorie economiche diverse. Fanno la differenza i sistemi sanitari universalistici, l’impegno degli stati sulla sanità e in definitiva l’idea che la salute rappresenti un investimento e non un costo”.

“Come pochi altri rimasti, il nostro straordinario sistema sanitario – ricorda Vella – malgrado alcune diseguaglianze regionali, non impedisce a priori a chi è fuori dal mercato del lavoro o a chi è più’ poveri di accedere alle cure: da noi il marcatore povertà conta di meno. Vale la pena di ricordare – conclude – che l’Universal Health Coverage è uno degli gli obiettivi del Sustainable developement goal delle Nazioni Unite”.

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